EXPAT IN CALO

(Immagine di tonodiaz su Freepik)

La percentuale degli italiani disposti ad andare a lavorare all’estero sta diminuendo. A dirlo è   un nuovo studio condotto da Boston Consulting Group, in base al quale la percentuale italiana di expat è scesa intorno al 15%, numero significativamente inferiore rispetto al livello globale che si attesta sul 25% circa. Quando  nel 2018 la percentuale era del 17%, mentre nel 2020 era salita addirittura al 57%. «Questo si deve a 3 fattori: maggiore attaccamento al contesto locale, buona qualità della vita e una minore percezione delle opportunità di lavoro che ci sono all’estero», ha commentato Matteo Radice, managing director e partner di Bcg. Ma stando all’indagine, tra i motivi che spingono a restare c’è anche l’impossibilità di portare con sé familiari e partner ( 54%).

Solo 1 su 7 disposto a espatriare

Così solo un italiano su 7 cerca opportunità di lavoro all’estero. Tra i settori più propensi a viaggiare, quello legale, del design, dell’architettura e in generale le professioni creative. Stando al report, le mete privilegiate sono la vicina Svizzera (prima scelta anche nel 2020), seguita da Spagna, Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Australia, Canada, Austria e Olanda dove i lavoratori made in Italy cercano offerte di lavoro concrete (67%), condizioni economiche migliori (66%), miglioramento della qualità di vita complessiva (62%) e una crescita personale e professionale (55%).

Italia attrattiva per gli Argentini

Lo studio di Bcg ha messo in evidenza anche i dati relativi alle persone che cercano di venire a lavorare in Italia. Dai numeri risulta che il nostro Paese è particolarmente attrattivo per i lavoratori argentini (19%), seguiti da quelli provenienti da Egitto (11%), Marocco, Romania e Tunisia (10%). Il 72% del campione ha deciso di venire in Italia spinto dalla ricerca di una migliore qualità della vita, una più alta qualità delle opportunità di lavoro, la cultura accogliente e inclusiva (45%), costo della vita (34%) e l’ambiente family-friendly (33%). L’Italia è però solo al 12° posto per attrattività complessiva, una posizione in meno rispetto al 2020.

«Dallo studio emerge che nel nostro Paese c’è una percezione di complessità burocratica, per esempio su permessi di soggiorno e visti», commenta Radice sulle pagine del Sole 24 Ore. «Poi c’è una struttura fiscale e contributiva che è particolarmente onerosa per i lavoratori altamente qualificati e con compensi elevati, che possono trovare altrove regimi fiscali più interessanti. A questo si aggiunge poi  la lingua: da noi l’inglese non è così diffusamente parlato come in altri paesi europei e le persone che desiderano fare una carriera internazionale utilizzano l’inglese come lingua di comunicazione».

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